giovedì 19 settembre 2013

Il letargo dei lemuri svela i segreti del sonno umano

Abbassano la frequenza cardiaca da 120 a 6 battiti al minuto. Gli scienziati: «L’obiettivo è indurre stati simili negli esseri umani per guadagnare tempo durante gli interventi successivi a trauma cranico e a un attacco di cuore»
L’ibernazione di un lemure potrebbe dirci di più sui meccanismi che regolano il nostro sonno. Un nuovo studio della Duke University pubblicato sulla rivista Plos One ha scoperto che il chirogaleo medio (Cheirogaleus medius), primate poco conosciuto, durante la stagione di letargo invernale trascorre giorni e giorni senza accedere alla «parte» più profonda del sonno, quella relativa alle onde lente.
Nel torpore, condizione in cui il metabolismo si riduce, questi lemuri possono abbassare la frequenza cardiaca da 120 a 6 battiti al minuto e rallentare significativamente la respirazione. Invece di mantenere una temperatura corporea costante come la maggior parte dei mammiferi, i loro corpi si scaldano e raffreddano in relazione alla temperatura dell’aria esterna che fluttua di più di venticinque gradi ogni giorno. Per la maggioranza dei mammiferi, un cambiamento nella temperatura corporea di più di un paio di gradi potrebbe essere pericolosa per la vita. Ma per il chirogaleo medio la strategia è un modo per risparmiare energia durante la lunga e secca stagione invernale del Madagascar, periodo dell’anno in cui cibo e acqua scarseggiano. 
Il letargo dei lemuri ha mostrato periodi di attività cerebrale coerenti con la fase del sonno nota come rapid eye movement (REM) solo quando le temperature invernali salgono sopra i 25 gradi Celsius. I ricercatori ritengono che comprendere i meccanismi che si nascondono dietro il singolare letargo dei lemuri endemici del Madagascar potrebbe permettere un giorno di indurre stati simili all’ibernazione negli esseri umani. Essere in grado di porre gli esseri umani in «standby», riducendo temporaneamente frequenza cardiaca e attività cerebrale, aiuterebbe a guadagnare tempo durante gli interventi successivi ad trauma cranico e ad un attacco di cuore o a prolungare la durata di conservazione degli organi da trapiantare.
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