domenica 8 settembre 2013

Il cuore ferito del Madagascar

Grazie all’isolamento geografico, il paese è un paradiso di biodiversità. Ma la pressione demografica e l’instabilità politica accelerano il saccheggio delle sue preziose risorse.

Procediamo controcorrente nelle acque basse del Fiume Onive. In piedi sulla piroga, Remon, un giovane in calzoncini e canottiera, spinge avanti l’imbarcazione con una lunga pertica di bambù. Sopra di noi il cielo minaccioso dispensa raffiche di pioggia, poi sole, poi ancora pioggia. Il ragazzo non se ne cura, così come ignora i coccodrilli prostrati sulla riva.
Altri uomini in piroga navigano in direzione opposta. Remon li saluta con un grido, loro ricambiano. Sono i suoi “colleghi” del fiume, e ognuno trasporta un gigantesco tronco di legno di rosa (una varietà di palissandro) abbattuto illegalmente dalla foresta pluviale ai depositi di legname della città di Antalaha, nel Nord-Est del Madagascar. Lì riceveranno in cambio un assegno. Remon farà lo stesso dopo averci lasciati ai margini della foresta.
A Remon non piace questo lavoro. Il suo capo - di cui non conosce il nome - gli ha detto che deve lavorare tutto il giorno senza sosta; le guardie forestali sono state pagate per tenersi alla larga per un periodo limitato, al termine del quale si aspetteranno di ricevere un’altra bustarella. Trasportare alberi già abbattuti è comunque meglio che abbatterli. Remon lo sa bene: prima faceva quel lavoro, ma lo ha lasciato perché era diventato troppo rischioso. Benché fosse praticato da anni, l’abbattimento illegale ha subito una brusca impennata dal marzo 2009 quando, in seguito alla caduta del governo malgascio, i controlli sono scomparsi e la foresta ha cominciato a pullulare di bande organizzate scatenate in una corsa sfrenata al disboscamento, alimentata anche dall’insaziabile appetito di legname degli approvvigionatori cinesi, che nel giro di pochi mesi hanno importato dalle foreste del Nord-Est del paese legno di rosa per un valore di circa 160 milioni di euro. Remon racconta di un taglialegna di sua conoscenza al quale una banda ha rubato il legname con una minaccia semplice ma efficace: «Noi siamo in 30, tu sei solo».
A un certo punto la corrente del fiume si placa, e Remon accende una sigaretta di tabacco e marijuana. Parla dei fady, i tabù che hanno protetto per secoli la foresta. Ogni volta che un albero cade e sfonda la testa di qualcuno, o che qualcun altro si rompe una gamba nelle rapide del fiume, tra i predatori di legname si diffonde l’inquietudine: Abbiamo fatto arrabbiare i nostri antenati. Ci stanno punendo. Remon è stato avvertito dagli anziani dei rischi che si corrono nel depredare ciò che è sacro.
«Ma provate voi a dare da mangiare alla vostra famiglia il legno di quegli alberi», ribatte.

Prima Remon sfamava la famiglia lavorando nelle piantagioni di vaniglia vicino ad Antalaha, città costiera che, come tutta l’isola, è ricca di risorse e povera sotto ogni altro punto di vista. Vent’anni fa, l’allora presidente del Madagascar, Didier Ratsiraka, andava talmente fiero della reputazione di Antalaha come capitale mondiale della produzione di vaniglia che mandò un funzionario a rendere omaggio alla città. «Il presidente credeva che avessimo grandi palazzi e strade asfaltate», racconta l’esportatore di vaniglia Michel Lomone. «Rimase profondamente deluso dal resoconto del suo consigliere».

Da allora, un susseguirsi di cicloni e il crollo dei prezzi hanno contribuito a privare la città del suo primato di “regina della vaniglia”. Oggi Antalaha è un centro polveroso e sonnolento, e anche se la sua arteria principale, Rue de Tananarive, è stata finalmente asfaltata nel 2005 con i fondi dell’Unione Europea, il traffico è costituito per lo più da qualche taxi malandato, biciclette arrugginite, pollame, capre, e soprattutto pedoni che camminano scalzi sotto la pioggia coprendosi la testa con le grandi foglie della cosiddetta “palma del viaggiatore”.
Così almeno è stato fino alla primavera del 2009. In quel periodo, infatti, per le strade di Antalaha sì è cominciato a udire il rombo delle motociclette. Nell’unico negozio di Rue de Tananarive che le vendeva sono andate a ruba in poco tempo, tanto che, in risposta alla grande richiesta, è stato aperto un secondo negozio sulla stessa strada. Gli acquirenti erano tutti giovani magri e ossuti, e chiunque ad Antalaha sapeva da dove provenissero i loro effimeri guadagni. Di sicuro non dalle piantagioni di vaniglia. Erano gli stessi giovani che si vedevano arrivare in città seduti sul retro di furgoni carichi di legname abbattuto illegalmente, e che si riempivano le tasche di facili guadagni abbattendo in modo selettivo i preziosi alberi di legno di rosa delle foreste del Madagascar.
Il Madagascar è un’isola. Certo, è la quarta del mondo per superficie (585 mila chilometri quadrati), ma è pur sempre un’isola. Sebbene tutte le isole abbiano una loro biosfera unica, il Madagascar (che si è separato dall’Africa circa 165 milioni di anni fa) è un caso a sé: circa il 90 per cento della flora e della fauna sono endemiche, e non si trovano in nessun altro luogo del pianeta. 

Lo spettacolo extraterrestre di enormi baobab con i tronchi a forma di carota, di spettrali lemuri, e di intere “foreste” di alti pinnacoli di pietra può far sgranare gli occhi anche al più navigato dei viaggiatori. Ma questa bellezza unica e indimenticabile va a braccetto con la disperazione quotidiana della popolazione. I malgasci, principale gruppo etnico dell’isola, hanno un modo di dire a dir poco eloquente:  “meglio morire domani che morire oggi”. Il malgascio medio vive con circa un dollaro al giorno.
E dato che la popolazione del Madagascar, più di 20 milioni di abitanti, cresce del tre per cento ogni anno - uno dei tassi di crescita più alti di tutta l’Africa - il contrasto tra la ricchezza della terra e la povertà dei suoi abitanti aumenta di giorno in giorno. Per questo motivo gli ambientalisti, allarmati, hanno definito il Madagascar un punto caldo della biodiversità, esprimendo la loro disapprovazione in particolare per la pratica agricola del “taglia e brucia”, molto diffusa sull’isola, che consiste nel dare fuoco ad ampi tratti di foresta per convertirli in risaie.
Nel 2002 la comunità ambientalista internazionale aveva accolto con entusiasmo l’elezione  del presidente Marc Ravalomanana, con il suo programma sensibile all’ambiente. Allo stesso modo ha reagito con sconforto quando, nella primavera del 2009, un golpe militare lo ha destituito, insediando al suo posto un ex disc jockey radiofonico troppo giovane, secondo la costituzione, per ricoprire la carica di presidente.
Nel settembre del 2009, dopo diversi mesi in cui ogni giorno veniva tagliato illegalmente legno di rosa per un valore di oltre 360 mila euro, il nuovo governo, a corto di denaro, ha revocato il divieto di esportazione del legno, in vigore dal 2000, e ha emanato un decreto per legalizzare la vendita dei tronchi già abbattuti e stoccati nei depositi. Lo scorso aprile, messo sotto pressione dalla comunità internazionale, il governo ha rimesso in vigore il bando. Ma il taglio continua.
In realtà il resto del mondo non è nella posizione di poter giudicare, data la sua voracità - a volte benefica, altre meno - nei confronti delle straordinarie risorse del Madagascar. Il saccheggio delle foreste dimostra con quanta facilità si possa spezzare il fragile equilibrio tra le esigenze umane e quelle della natura, equilibrio che in Madagascar è sempre stato precario. I diritti di prospezione ed estrazione mineraria delle riserve d’oro, nichel, cobalto, ilmenite e zaffiri sono per lo più in mano a holding straniere. La ExxonMobil ha dato inizio quattro anni fa alle ricerche per il petrolio nelle acque al largo dell’isola, e per anni i migliori costruttori di chitarre americani hanno dotato i loro strumenti di tastiere realizzate in pregiato ebano del Madagascar. In tempi recenti il governo federale dell’isola ha tentato di affittare terreni arabili alla Corea del Sud e di vendere acqua all’Arabia Saudita. Una politica che porta allo sfruttamento di una grande quantità di risorse con ben pochi benefici per il malgascio medio. Non c’è da stupirsi quindi se i minatori locali depredano la terra di pietre preziose da smerciare sui mercati asiatici. O che animali come il geco dalla coda a foglia o la testuggine dal vomere, in via d’estinzione, vengano esportati clandestinamente da piccoli commercianti di animali che li vendono ai collezionisti. O che i giovani smagriti di Antalaha finiscano per decidere che è meglio morire domani, e intascare oggi i soldi dei cinesi che comprano il legno di rosa.
«È un bene per l’economia, un male per l’ecologia», commenta un uomo coinvolto nel commercio illecito di legname. Ma ad Antalaha il piccolo boom economico si è rivelato una bolla di sapone. Anche volendo lasciare da parte le devastanti conseguenze a lungo termine della spoliazione della foresta (la scomparsa del prezioso legno su almeno 10 mila dei 4,5 milioni di ettari di area protetta del paese, l’estinzione dei lemuri e di altre specie endemiche, la piaga dell’erosione del suolo che fa insabbiare i fiumi e fa morire i terreni agricoli confinanti, la perdita delle entrate derivanti dal turismo) i perversi effetti secondari del saccheggio del legno di rosa si sentono già da ora. Gli abitanti di Antalaha, che all’improvviso si sono trovati a dover schivare motociclette, hanno anche cominciato a notare l’aumento dei prezzi di pesce, riso e altri generi d’uso quotidiano. La ragione è semplice: ci sono meno uomini sia in mare, sia nei campi.

«Sono nella foresta», afferma Michel Lomone, l’esportatore di vaniglia. «Sono tutti nella foresta».
Per andare da Antalaha alla foresta - dove per foresta s’intende il Parco nazionale di Masoala, il più esteso del paese - bisogna intraprendere un viaggio lungo e faticoso. Il confine sudoccidentale del parco è segnato dalla Baia di Antongil, dove tra luglio e settembre partoriscono le megattere. Nel ventre selvaggio di questa foresta pluviale di 235 mila ettari, la perseveranza del visitatore può essere ripagata da straordinarie apparizioni di orchidee, piante carnivore, aquile serpentarie, sfolgoranti camaleonti di Parson o lemuri come il vari rosso. Masoala offre una varietà apparentemente infinita di erbe medicinali, bacche selvatiche e legna da ardere per gli abitanti dei villaggi, che si recano quotidianamente a piedi nudi nella foresta, cantando o chiacchierando. I giovani che vengono dalla città per affari, invece, sembrano smarriti in questo umido e misterioso groviglio di vegetazione.
Campeggiano in piccoli gruppi vicino agli alberi che hanno selezionato per il taglio, cibandosi di riso e caffè per settimane. Poi appare il capo che, dopo aver ispezionato gli alberi, dà l’ordine di abbatterli. I tronchi vengono tagliati a colpi d’ascia. Nel giro di poche ore si abbatte un albero che magari aveva messo radici 500 anni prima. I taglialegna rimuovono con le asce tutta la parte esterna del tronco finché rimane solo il caratteristico cuore violaceo. L’albero viene quindi ridotto in ceppi lunghi circa due metri. Un altro gruppo di due uomini imbraga ciascun ceppo con delle corde e lo trascina attraverso la foresta fino alla sponda del fiume, un’impresa che richiede due giorni e viene pagata tra gli 8 e i 16 euro a ceppo, a seconda della distanza percorsa.
Avanzando con difficoltà nella foresta, mi imbatto di tanto in tanto in due figure che trascinano stoicamente un ceppo di 180 chili a cui fanno scalare pendii impossibili, discendere cascate e attraversare acquitrini simili a sabbie mobili: uno sforzo di proporzioni bibliche, se non fosse che i due lo fanno per soldi.     
Come per soldi (20 euro a ceppo) lo fa il tizio che i due incontreranno al fiume, che legherà il ceppo a una zattera fatta a mano con la quale supererà le rapide. Per soldi (9,5 euro a ceppo) lo fa anche il conducente della piroga che attende la zattera dove le acque tornano calme. Per soldi (160 euro per due settimane) lo fa la guardia forestale che i signori del legname hanno corrotto perché si tenesse alla larga. E per soldi (16 euro a testa) lo fanno anche i poliziotti ai posti di blocco sulla strada che porta ad Antalaha. Il danno alla foresta è di gran lunga più grave della perdita del prezioso legname: per ciascuno di quei ceppi di legno di rosa vengono abbattuti quattro o cinque alberi dal tronco più leggero, con i quali viene fabbricata la zattera che porterà il pesante ceppo a valle.
L’uomo che ha incantato l’Occidente con la promessa di una nuova era di coscienza ambientale e con lo slogan “Madagascar naturellement”, è Marc Ravalomanana, un ex venditore di yogurt asceso alla carica di sindaco della città di Antananarivo che ha poi rovesciato il presidente socialista Ratsiraka e fondato, nel 2002, il partito politico “Tiako I Madagasikara” (Io amo il Madagascar). L’ex presidente ha costruito strade e ospedali, ha distribuito divise scolastiche e ha reciso il cordone che ancora legava simbolicamente il paese alla Francia colonialista adottando come valuta nazionale l’ariary malgascio al posto del franco. Ravalomanana ha anche rafforzato il bando contro l’agricoltura “taglia e brucia” (si direbbe, purtroppo, senza alcun risultato), ha annunciato il Madagascar Action Plan, un piano d’azione per promuovere la salvaguardia della biodiversità del paese, e si è impegnato a triplicare la superficie delle aree protette dell’isola. Sue dichiarazioni come “La nostra risorsa più importante è l’ambiente” suonavano come musica alle orecchie della comunità verde.
Purtroppo, nella realtà, sotto il tavolo del presidente venivano messi in atto “piani d’azione” di tutt’altro genere: Ravalomanana è stato accusato di aver confiscato ai baroni del legname legno di alberi già abbattuti per venderlo per profitto personale. In presenza di testimoni, avrebbe preteso il 10 per cento dei costi esplorativi di una compagnia petrolifera. E man mano che il portafoglio del presidente si gonfiava, crollava il potere di acquisto dei suoi connazionali. Il 7 febbraio 2009, migliaia di manifestanti hanno preso d’assalto il palazzo presidenziale, ma sono stati accolti dalle fucilate, che hanno lasciato sul terreno 30 morti. Un mese dopo l’esercito si è rivoltato contro Ravalomanana, che è fuggito nello Swaziland. Appena esiliato, l’ex presidente è stato dichiarato colpevole di aver confiscato lotti di terreno comunale per affari di famiglia e di aver utilizzato fondi pubblici per acquistare un aereo da 50 milioni di euro.
La comunità internazionale si è rifiutata di riconoscere il nuovo governo guidato da un altro ex sindaco di Antananarivo, il trentaquattrenne Andry Rajoelina. Banca Mondiale, Onu, Usaid e altri donatori hanno revocato i finanziamenti. Alcuni paesi occidentali hanno cominciato a sconsigliare ai propri cittadini di recarsi nel paese, e a quel punto la “svolta verde” di Ravalomanana ha subito una netta inversione di tendenza: il nuovo governo non aveva più fondi da investire per applicare le norme in vigore nelle aree protette.
Ma qualcuno aveva motivo di festeggiare per ciò che stava accadendo. Il 17 marzo 2009, giorno in cui Marc Ravalomanana rassegnava le sue dimissioni, una folla di non meno di 20 mila persone si riuniva nello stadio di Antalaha, dove venivano arrostiti 12 zebù, la birra scorreva a fiumi e la gente ballava tutta la notte al ritmo di musica dal vivo. Tanto, a pagare il conto ci pensavano i 13 baroni del legname della zona. Da quel giorno, la foresta non era più protetta.
La foresta era loro.
Il magnate del legno siede su una sedia di palissandro, davanti a una scrivania d’ebano, in una stanza con pareti, soffitto e pavimento di palissandro. Anche se le sue origini sono cinesi (i suoi genitori sono emigrati dalla Cina negli anni Trenta) e dichiara che «i cinesi vanno matti per il palissandro», lui, che è nato vicino ad Antalaha, ha un debole per il palissandro di colore più scuro. Il suo ufficio è saturo del profumo di vaniglia proveniente dall’attiguo magazzino, e invaso dal ruggito delle seghe proveniente dal suo deposito, dove giacciono in piena vista cataste di tronchi di legno di rosa. 
Lui si chiama Roger Thunam, ed è ritenuto da molti uno dei più grossi commercianti di legno di rosa del Madagascar. È un uomo di mezza età dai lineamenti asiatici, non particolarmente alto. Porta gli occhiali, e ha quella padronanza di sé tipica di coloro che detengono il potere. La piccola comunità di immigrati cinesi dell’isola si è perfettamente integrata con la gente del luogo, e Thunam ne è la prova: ad Antalaha è stimato e rispettato, è sempre pronto a dare una mano se un contadino non sa come pagare un funerale ed è una persona utile da conoscere se si cerca un lavoro ben pagato. Ma per quanto il processo di produzione del legname comporti il pagamento di diverse prestazioni (i taglialegna, gli uomini che trasportano i ceppi fino al fiume, quelli che li aspettano con le zattere, quelli che spingono le piroghe, l’intermediario, gli autisti dei furgoni e tutti i poliziotti che si incontrano lungo la strada che conduce ai porti di Iharana e Toamasina), la gran parte dei proventi va a uomini come lui, che, confessa, non ricorda l’ultima volta che è stato nella foresta.
«Thunam non è un uomo d’affari, è un trafficante», dice un funzionario locale. «Taglia quello che non è suo. Ha rubato dal parco, che è pubblico. E adesso altri pensano che sia legittimo prendersi ciò che è proibito prendere». Naturalmente, Thunam fornisce un’altra versione dei fatti. Nato professionalmente nel settore della vaniglia, ha allargato la sua attività al campo del legname 30 anni fa. Da allora, dice, il governo gli ha concesso varie licenze.
In effetti, il governo ha sempre sospeso il bando contro l’esportazione del legno di rosa nei periodi in cui i cicloni devastavano la foresta lungo la costa orientale dell’isola, in modo che si potessero abbattere e smerciare gli alberi danneggiati dalle intemperie. Questa politica ha permesso ai baroni di accumulare scorte di legname tagliato illegalmente nei periodi in cui il bando è attivo e di venderli come legname “recuperato” nei periodi in cui il bando viene revocato. Una scappatoia che incoraggia ulteriormente il taglio illegale nei parchi nazionali, dove si trova gran parte degli alberi che danno legno di rosa.
Thunam insiste nel dichiarare che taglia solo alberi che gli è permesso tagliare. E se il suo deposito in questo momento è pieno di tronchi di legno di rosa, lui è in grado di spiegare il perché: «Non può immaginare quante persone taglino alberi là fuori. Sono gli stessi che prima praticavano l’agricoltura taglia e brucia. Non sono mai andati a scuola. Non si preoccupano delle generazioni future. Sono loro i distruttori... Ma questo legname che vede è già tagliato. Se non siamo noi a comprarlo da loro, lo farà qualcun altro».

Thunam riconosce che i cinesi, con la loro fissazione per il legno di rosa, «sono i maggiori acquirenti». (Una sala da pranzo in legno di rosa prodotta in Cina si vende a più di 4.000 euro.) E anche quando il nuovo governo ha concesso una revoca temporanea del bando, terminata nell’estate del 2009, i cinesi hanno continuato a passare ordini a Thunam. Lasciare tutti quegli affari alla concorrenza lo avrebbe danneggiato, spiega. «In sei mesi saremmo diventati una piccola azienda».
Per Risy Aimé, sindaco di Antalaha, fermare l’abbattimento degli alberi è facile: «Basta arrestare 13 persone», dichiara, riferendosi a Roger Thunam e agli altri baroni del legname. Occasionalmente il governo ci ha provato, incriminando i baroni sospettati di commercio illegale. Ma questi commercianti detengono un grande potere, e sono stati in grado di trarre vantaggio dalla confusione giuridica in materia di taglio del legname. Secondo un rapporto di Global Witness e dell’Environmental Investigation Agency, Thunam è uno dei due baroni (su sei casi noti) riconosciuti colpevoli di aver esportato legno di rosa. È stato rimesso in libertà nel 2008 dopo aver risarcito i danni attraverso un accordo extragiudiziario, incriminato di nuovo nel 2009, e alla fine giudicato innocente. Oggi siede alla sua scrivania d’ebano che domina un deposito di legname brulicante di attività.
La mia guida a Masoala, Rabe, è un ex impiegato del parco, e negli ultimi dieci anni è stato nella foresta almeno un centinaio di volte. Procede rapido e scalzo nel claustrofobico groviglio di vegetazione, dimostrando familiarità con l’ambiente. Ma dalla sua ultima visita, avvenuta pochi mesi prima, nota con sorpresa che è cambiato qualcosa.
«Non ci sono lemuri», dice. «Sono scomparsi».
I responsabili sono i predatori del legno di rosa. Stanchi della loro dieta a base di riso, hanno cominciato a piazzare trappole nella foresta. Veniamo a sapere che un gruppo avrebbe catturato 16  lemuri in una sola giornata. Non tutti vengono consumati sul posto. Nella città di Sambava, appena a nord di Antalaha, tre ristoranti propongono piatti a base di carne di lemure, a dispetto delle leggi federali. Il risultato è che le foreste pluviali del Madagascar nordoccidentale stanno rapidamente perdendo specie come il vari rosso, il valuvi forcifero, il chirogaleo bruno e l’aye-aye. I lemuri non si trovano in nessun altro luogo della Terra, tranne che nelle vicine Isole Comore.
«Non vogliamo proteggere una foresta vuota, dove si possono vedere solo alberi», dice Jonah Ratsimbazafy, primatologo del Durrell Wildlife Conservation Trust. Quest’isola ha una straordinaria ricchezza biologica, ma il lemure ne è il simbolo e la mascotte, e gioca un ruolo fondamentale nella redditizia industria turistica del Madagascar, come attestano le migliaia di turisti che visitano la Riserva Speciale di Analamazaotra. Questi primati arboricoli dagli occhi sporgenti affascinano non solo perché si trovano esclusivamente qui, ma anche perché sono presenti in una grande varietà di specie. Le 50 specie di lemure finora catalogate sono tutte poligame, hanno code molto appariscenti e producono versi simili al grugnito dei maiali. Ma c’è anche l’indri, dal manto bianco e nero, che è monogamo, privo di coda, e scuote la foresta con i suoi ululati spettrali. Sembra incredibile, ma i ricercatori continuano a scoprire nuove specie di lemuri sull’isola. Ognuna di esse, però, conta pochi individui, e nel frattempo ben cinque sono entrate a far parte dell’elenco delle 25 specie di primati a maggior rischio del mondo.
Finora a sostegno della causa del lemure non si è levato alcun coro di solidarietà nazionale. I malgasci «dovrebbero essere orgogliosi dei loro lemuri perché il Madagascar è l’unico luogo adatto a ospitarli», dice Ratsimbazafy, «ma ci sono persone qui che non sanno, o che non sono interessate. I malgasci che vivono lontano dalle aree turistiche pensano che i lemuri siano solo roba da vazaha [i bianchi], non riescono ad apprezzarne il potenziale». In effetti, benché alcuni gruppi tribali considerino sacre certe specie di lemure, l’aye-aye, con quel suo aspetto un po’ inquietante e quegli occhi e quelle orecchie enormi, è considerato segno di malaugurio dalle tribù del Nord e per questo viene ucciso a vista.
Il comportamento dei malgasci è stato condizionato per secoli da simili tabù, o fady. Si tratta di ammonimenti degli antenati, che continuano a vivere sulla Terra come intermediari dell’oltretomba e vanno quindi ascoltati e rabboniti. A volte - come ho potuto vedere con i miei occhi - tramite il famadihana, una cerimonia durante la quale i resti degli antenati vengono disseppelliti, avvolti in nuovi sudari bianchi, fatti danzare intorno alla tomba e infine restituiti alla terra. Presso altre tribù è considerato fady toccare un camaleonte, parlare dei coccodrilli, mangiare carne di maiale e lavorare di giovedì. Numerosi i fady che proibiscono di violare montagne, grossi massi, boschetti di alberi, e persino intere foreste, tutti segno di un profondo, seppur complicato, rapporto con la terra e di un investimento spirituale nella sua buona salute. Ciò nonostante, alla fin fine, i fady che vengono rispettati con più rigore sono quelli che non entrano in collisione con la verità dei malgasci secondo la quale è meglio morire domani.
“Vede quel tratto di terra spoglia?”. Olivier Behra indica una radura disboscata al centro di una zona boscosa. «C’è un tizio laggiù che sta tagliando gli alberi. Sto cercando di convincerlo a fermarsi».
«Come intende farlo?», gli domando.
«Dandogli lavoro», risponde con un sorriso.
I tentativi di Behra rappresentano una soluzione illuminata, seppur circoscritta, al dilemma delle risorse del Madagascar: promuovere tra gli abitanti dei villaggi i benefici immediati che si possono trarre da una foresta vitale. Behra, francese, arrivò per la prima volta in Madagascar nel 1987 con un progetto Onu per la salvaguardia dei coccodrilli dell’isola, poco amati e a grave rischio. Resosi conto che «solo dando valore ai coccodrilli la gente si sarebbe interessata a loro», Behra cominciò a pagare la gente del posto perché ne raccogliesse le uova.
Dal 2000, attraverso la sua Ong Man and the Environment, Behra applica la stessa strategia alle foreste a rischio del Madagascar. A Vohimana, 160 chilometri a est della capitale, si è imbattuto in una foresta che nel corso degli ultimi 40 anni era stata ridotta della metà. Utilizzando le conoscenze della popolazione locale ha catalogato 90 piante medicinali ed elaborato le strategie per immetterle sul mercato estero, tanto che, a un certo punto, l’azienda francese Chanel si è interessata agli estratti delle foglie di alcune piante, come il marungi, per i suoi profumi. Così, già nel 2007 a Vohimana non si disboscava più, e oggi, invece di tagliare e bruciare, centinaia di abitanti dei villaggi raccolgono e vendono foglie che non avrebbero mai pensato potessero avere un valore economico.
«Io qui mi sono costruito la casa», racconta Behra. «La gente vede che non vado da nessuna parte, così sa che può fidarsi di me». La sua è una presenza utile ma discreta. Quando si è reso conto che «non si può semplicemente prendere uno che per tutta la vita ha fatto il taglialegna e pensare di trasformarlo in un agricoltore», Behra ha convinto il governo malgascio a consentire alla popolazione locale di continuare a usare una parte della foresta per raccogliere la legna con cui fare il carbone per uso domestico. Quando ha saputo che nel villaggio c’era un cacciatore di lemuri, Behra lo ha assunto come guida per i turisti appassionati del primate, mentre a un altro abitante locale, che si era sempre guadagnato da vivere raccogliendo specie rare di orchidee, ha affidato la gestione della sua serra di orchidee. Quando gli è venuto in mente di allevare i cinghiali della foresta, che stavano distruggendo la piantagione di manioca che aveva avviato lui stesso, i membri della tribù Betsimisaraka gli hanno detto che i cinghiali erano fady, e lui ha concluso che «ciò va rispettato». Behra ha anche convinto la Chanel a fare una donazione in denaro per il personale medico e per i pasti scolastici a Vohimana.
«Forse, operare su piccola scala come sta facendo Behra è più efficace che inseguire il sogno di salvare intere foreste», osserva Jean-Aimé Rakotoarisoa, per 30 anni direttore del Museo di Arte e Archeologia dell’Università di Antananarivo. «Quasi tutti i programmi di salvaguardia ambientale dicono: “Non bruciate la foresta perché è il vostro futuro”; ma queste persone non possono aspettare il futuro. Hanno fame adesso. Bisogna mostrare alla comunità i benefici immediati».
Questo messaggio sembra aver fatto presa tra  alcune aziende che si occupano di estrazione di risorse su larga scala. Oggi Rakotoarisoa lavora come consulente per il progetto Ambatovy, un’operazione mineraria da 3,5 miliardi di euro per l’estrazione di nichel e cobalto guidata da un consorzio straniero e localizzata non lontano dalla foresta di Olivier Behra. Il progetto, benché controverso, dato che non ha ancora mantenuto tutte le sue promesse, è stato pensato per evitare siti fady, e prevede di risarcire (e, dove necessario, trasferire) gli abitanti che ne hanno subito le ripercussioni e di coinvolgere continuamente la popolazione. Ma non si tratta di manifestazioni d’altruismo, ammette Rakotoarisoa. «Per motivi d’immagine, la società deve avere cura delle questioni ambientali e sociali. Non si possono fare affari qui se ci sono proteste sociali».
All’estremità sudorientale dell’isola, vicino a Tôlanaro, la società mineraria anglo-australiana Rio Tinto sta cercando di mettere in atto un’ambiziosa politica di cooperazione per compensare un progetto da 745 milioni di euro per l’estrazione dell’ilmenite, minerale ricco di titanio nonché ingrediente comune di vernici, carta e plastica. L’attività estrattiva ha portato alla devastazione di un habitat unico di foreste costiere che ospitava 19 specie endemiche di alberi, piante medicinali e canne utilizzate per intrecciare cesti. Tuttavia, a differenza dei baroni del legno del Nord del paese, la Rio Tinto sta cercando di conservare ogni singola specie. La società ha accantonato aree di foresta da proteggere, lanciato un programma di formazione agricola, costruito un porto marino pubblico, e per l’anno prossimo programma di recuperare le aree naturali danneggiate.
Benché gli abitanti di Tôlanaro abbiano una nuova strada, scuole nuove o ristrutturate e, in alcuni casi, nuovi posti di lavoro alla miniera, resta vivo tra i locali un certo scetticismo, insieme al dubbio che la società stia badando esclusivamente ai propri interessi.
L’aeroporto di Antalaha è piccolo e spoglio. Cani e polli vagano in cerca di avanzi di cibo. Decine di persone attendono il volo in arrivo da Antananarivo. Dalla porta entra Roger Thunam, accompagnato dal suo assistente. Il magnate percorre l’edificio da una parte all’altra stringendo le mani a tutti, abbracciando le donne, scambiando parole gentili con gli astanti.
Poi esce fuori, e fino all’arrivo dell’aereo, resta appoggiato con aria soddisfatta a un chiosco che vende frutta, bevendo da una noce di cocco assieme alla gente comune. È come loro, un uomo del popolo, che conosce la sua gente... e che dà loro da vivere, almeno per oggi.
Fonte: www.nationalgeographic.it

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