martedì 13 maggio 2014

Il racconto di Lisa

Nosy Be: un continuo viavai di persone che camminano, dall’alba al tramonto. Scalzi.
La vita passa attraverso i piedi e la terra che li ospita. Ho visto molti piedi..
Piedi stanchi, di chi la mattina cammina ore per andare a lavorare e col tramonto torna a casa per dormire in una capanna senza corrente elettrica o acqua potabile.
Piedi  feriti. Come quelli del vecchietto che è venuto in ambulatorio perché si era tagliato camminando nel bosco e non riusciva a guarire, non avendo a disposizione medici o farmaci.
Piedi grandi. Come quelli di Gilbernaut (o “quaglietta”, come lo chiamiamo noi): 1,5 kg di bambino, magro come un’acciuga ma con dei piedi enormi!! In 15 giorni ci ha dimostrato la sua voglia di vivere, lottando contro la fame, la febbre, le coliche… prima o poi i suoi piedini correranno su una spiaggia, ne sono sicura!
Piedi felici, dei bambini che giocano a calcio sul prato del Centro. E a cui non serve nient’altro che un pallone per divertirsi.
Piedi sporchi. Come i miei che dopo una settimana in infradito non mi preoccupavo più di avere la terra sui talloni ma apprezzavo la libertà di non portare scarpe.
Sentire la terra sotto ai piedi ti ricorda che tutto quello che ti serve ce l’abbiamo già dentro di noi.
Mi manca Nosy Be, mi mancano i sorrisi che mi regalavano le persone, anche senza conoscersi, anche senza parlare.
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Nosy Komba rappresenta in poche parole una descrizione dell’Eden. Bellissime le sue spiagge, cristallina l’acqua, favolosa la vita sottomarina, tra pesci, tartarughe e coralli colorati.


Il tetto della capanna numero 3 era di foglie di cocco, e quando il mare si arricciò e il cielo aprì le cataratte, presi un taccuino, e alla luce di una candela scrissi: FINE DELLA NEBBIA.

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