mercoledì 10 settembre 2014

Con Enrico Brizzi nell’isola rossa

Bologna. Sto per incontrare la persona che anni fa mi ha tenuta incollata alle pagine di un libro dal titolo curioso: Jack Frusciante è uscito dal gruppo. È Enrico Brizzi e oggi mi farò portare dall’autenticità dei colli bolognesi alla poesia del Madagascar.
Enrico comincia col raccontarmi che la sua fascinazione per il Madagascar comincia da piccolo, insieme alla fascinazione per le mappe, in particolare ripensa al tabellone sul quale vedeva i suoi zii e i suoi cugini più grandi giocare a Risiko. C’era quest’isola abbastanza grande da costituire un territorio a sè al largo della costa sud orientale dell’Africa che aveva un nome pittoresco e che sembrava evocare lo stesso mondo in cui si potevano trovare Mompracem o altri luoghi salgariani, di quelli che trovava nei libri di cui si nutriva.
Crescendo ha poi incotrato gente che c’era vertamente stata e il viaggio zaino in spalla sembrava essere una neccessità per visitare questa meta un po’ fuori dagli schemi. Così, con questa premessa, mi preparo con Brizzi alla scoperta dell’isola rossa.
Isola rossa innanzitutto perché il terreno è costituito in larga parte di Laterite, rossa appunto, che viene trasportata al mare dai numerosi fiumi. Tutto diventa rosso: il suolo, l’acqua, il cielo del tropico all’alba e al tramonto.


La prima volta che Enrico ci è andato, mi racconta, è stata quasi una prova. Ci è rimasto per 3 settimane e il primo posto che ha conosciuto dopo la capitale Antananarivo, detta Tana dai locali, è stata la meta classica dei turisti, cioè l’isola di Nosy Be, poche miglia al largo della costa Nord orientale dell’isola, dove la maggior parte dei voli fanno scalo. È un magnifico posto di mare, non c’è dubbio, ma la vera scoperta è iniziata quando si è spostato nell’entroterra, un entroterra sterminato e che nemmeno una strada percorre interamente da Nord a Sud. Ci sono in realtà 3.000 Km della Strada Nazionale n°1, un nome molto altisonante e che promette continuità, ma che in realtà cominciano come una strada mista tra asfalto e terra rossa, nella parte centrale dell’altopiano diventa simile a una nostra strada provinciale e scendendo verso Sud, dopo quella che è chiamata la “Porta del Sud”, non lontana dal parco dell’Isalo, si spalanca su un ambiente semi desertico e si trasforma prima in una pista e poi in nient’altro che una traccia nella sabbia.
La prima cosa che Enrico ha visto nel suo primo viaggio appena uscito dall’aeroporto, nelle campagne attorno a Tana è stato un corteo di gente che marciava al suono di canti e strumenti tradizionali, allegramente, trasportando quella che sembrava una barella con un ferito ma che in realtà era una mummia. Gli hanno spiegato che da quelle parti è la cosa più normale del mondo: le famiglie, chi ogni 5 anni, chi ogni 7 anni, vanno al loro campo santo, disseppelliscono il parente, riportano a casa il nonno, lo zio e chiunque abbia lasciato questa terra, lo riportano a casa e mostrano loro il fondo agricolo e le migliorie parlandogli come se fosse ancora lì “vedi? Abbiamo fatto il recinto nuovo?” oppure “la nipotina s’è sposata” oppure “sono nati altri 2 figlioli” e così via. Bel modo di approcciare la morte, penso.
Nel corso del suo secondo viaggio mi racconta che il contatto più stupefacente è stato quello con la spiritualità di questa gente, perché oltre all’influenza cristiana si trovano comunque tradizioni antichissime, che non stupiscono forse chi conosce i paesi del centro America o dei Caraibi, paesi dove il Cristianesimo si è innestato su un substrato antichissimo di culti di origine africana.
Ma per quanto ci facciamo amici dei malgasci o veniamo lasciati accostare a determinate cerimonie o rituali, continua, ovviamente restiamo dei “Wasà”, dei bianchi, che non capiscono i fadi, che son le proibizioni rituali. Per esempio in molti luoghi del Madagascar non si può andare con addosso i pantaloni, perchè i pantaloni sono considerati il capo distintivo dei Francesi, colonizzatori che li hanno massacrati, quindi anche gli uomini sono tenuti a portare solo un pareo. In altri luoghi non si può mangiare, perchè magari è successo qualche cosa a un antenato mentre stava mangiando. Certe famiglie non lavorano mai il martedì, o il venerdì, per cui anche il fatto di cercare di regolare la società si confronta di continuo con proibizioni e momenti inaggirabili della loro vita interiore, con i quali nessuna logica moderna può scendere a patti veramente.
Detto che il Madagascar è tutto da visitare, sia per la sua storia, che le sue genti e i suoi paesaggi, gli chiedo se esiste per lui un luogo davvero imperdibile, dove si condensi tutto questo. Prima di dirmi dov’è mi fa promettere che se dovessi mai fare un viaggio in Madagascar, devo andarci sul serio. Non è difficile dare la mia parola.


La regione in cui si trova quello che secondo lui è il luogo imperdibile del Madagascar è immediatamente a ridosso della costa orientale, la regione attraversata dal canale delle Pangalanes, un canale in parte naturale e in parte adattato artificialmente, che corre per centinaia di Km parallelo alla costa determinando una striscia di foresta lunga e sottile che si estende da Nord a Sud e ripara queste acque chiuse dall’aperto della marea. È un canale navigabile che viene percorso quotidianamente in piroga per i traffici tradizionali, ma anche da pilotine che svolgono il servizio di trasporto pubblico ed è possibile, dalla città di Tamatave, che si trova alla testata Nord del canale essenzialmente, inoltrarsi verso sud lungo questo sistema di corridoi d’acqua che in certi punti si allarga a comprendere anche le vere e proprie lagune o bracci di mare che sono ormai rimasti isolati da cordoni di sabbia dal mare aperto.

A circa tre ore di navigazione a Sud di Tamatave si apre una laguna irreale, così la definisce, che si chiama in lingua locale Ankanin’ny Nofy, ovvero “il nido dei sogni” ed è un posto dove effettivamente la fantasia si sente cullata e ognuno di noi, anche nato molto lontano da lì, prosegue Enrico, per qualche magica via si sente a casa e vicino alle persone che gli sono care. Fra l’altro è un luogo cui ha cercato di rendere giustizia in un libro di qualche anno fa, un libro dal titolo “Razorama“. Anche se è stato il suo romanzo meno capito, si dice contento di avere lavorato su una storia che ha a che fare con quella che alle nostre menti razionali può sembrare autosuggestione o, nella migliore delle ipotesi, una magia, mentre dal suo punto di vista, come tutto quello che promana dalle foreste, dalle risaie e dalle lagune dell’isola rossa, ha a che fare con il sogno che ognuno di noi aveva da bambino di trovare un posto incontaminato, un posto in cui muovere mano nella mano con la persona con cui vorremmo essere in quel momento, dimenticando la civiltà cartesiana che è rimasta a casa in Italia.

A chi fosse interessato il 12 settembre si festeggeranno i vent’anni di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Per iniziare ci sarà un party celebrativo al Locomotiv Club di Bologna. Suoneranno Umberto Palazzo e il Santo Niente, in apertura ai Diaframma di Federico Fiumani. Enrico salirà sul palco per i ringraziamenti e una breve reading, anticipazione dello spettacolo che porterà in giro per tutto l’inverno.


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Ogni tanto a tutti passa prima o poi, per l'anticamera del cervello, il pensiero, o il desiderio, di letteralmente sparire dalla faccia della terra, ovviamente non in senso definitivo, ma con una idea del tipo “mollo tutto e scappo via” verso luoghi in cui ricaricare le batterie, o sfuggire dai problemi più o meno grossi della vita quotidiana. Se l'alternativa di un tempo, la Legione Straniera, mantiene il suo fascino, ora la globalizzazione ci suggerisce alcune mete di viaggio che potrebbero essere anch'esse perfette allo scopo.
Infatti, se le proprie angustie risultano particolarmente grosse, e magari con l'aggravante di  sospesi con la giustizia italiana, ci sono alcune mete che vanno decisamente meglio di altre. Ci riferiamo a molte nazioni che non hanno ancora sancito un accordo bilaterale con il nostro paese, relativamente ai termini di estradizione, e quindi dove poter vivere senza rischiare di essere identificati e rimpatriati per dover affrontare gli “arretrati” lasciati alle spalle in Italia. Ecco allora un elenco di dieci paesi dove fare delle lunghissime vacanze, le dieci migliori nazioni turistiche e senza accordi di estradizione con l'Italia. A voi la scelta della vostra fuga definitiva, oppure potrete usare questa lista per ipotizzare dove potrebbe nascondersi il vostro caro amico, scomparso improvvisamente nel nulla!


Capo Verde

Niente di meglio che un grande arcipelago come quello di Capo Verde, dove rintracciavi risulterà ancora più complicato, e trovate poi molte isole, ciascuna più o meno idonea alla caratteristiche che meglio si adattano al vostro ideale di vacanza. Qui il clima è splendido in inverno e primavera, con vento e tanto sole, mentre l'estate e l'autunno le nuvole tendono a diventare piuttosto presenti con apice delle piogge a settembre, ma senza eccessi.
Detto che il comune denominatore di questo gruppo di isole è il mare, oltre che il vento, nel totale di 10 grandi isole, ci sono mete più battute dai turisti, come Sal e Boavista regno di windsurf e sport simili, che sono le isole più orientali del gruppo di Sopravento. Per chi vuole evitare di incontrare troppi italiani, l'isola di Santiago (Sao Tago in portoghese) che è nel gruppo delle isole di Sottovento, offre gli spazi più grandi, ed è qui che si trova la capitale Praia. Altre isole dinamiche e vivaci del gruppo di Sopravento sono Sao Vicente e la vicina Sao Antao. A chi volesse invece scegliere un'isola un po' più selvaggia, consigliamo di recarsi a Fogo, dove il vulcano centrale ogni tanto dà spettacolo.

Belize



Questa meta è perfetta per chi vuole dedicarsi ad una vita a stretto contatto con la natura, con un ambiente tropicale molto invitante e tranquillo. Il Belize è famoso per la sua grande barriera corallina, che assieme alla sua prosecuzione verso nord, nella penisola dello Yucatan, risulta il secondo reef del mondo, subito dopo alla Grande Barriera Corallina australiana. Il Belize possiede anche un'altra unica attrazione marina: si tratta del Great Blu Hole, un raro esempio di Cenote marino, una spettacolare struttura circolare, profonda oltre 120 metri. Ma Belize non è solo mare, l'interno possiede interessi paesaggistici per le fitte foreste tropicali, dove oltre chi vuole nascondersi, si celano anche tesori archeologici Maya, come le rovine di Chetumal, Caracol, Altun Ha e molte altre mete turistiche. Anche qui, chi volesse mantenere il proprio anonimato, il Belize è una meta giusta, non vi fanno troppe domande, e i turisti europei che passano da queste parti non sono poi così tanti.

Giamaica

Caraibi che passione? Da sempre questi mari hanno accolto pirati e spiriti liberi, normale quindi anche chi fugge via possa scegliere una destinazione in questa isola che nel mondo è sinonimo di musica e libertà. La terra del Regge offre oltre alla musica, l'idea di trasgressione, e il miraggio delle droghe leggere anche delle notevoli mete turistiche, come ad esempio Negril, considerata una delle spiagge più belle del mondo. Qua si vive anche con cifre modeste, di certo il clima risulta gradevole, eccetto forse per il caldo umido di fine estate e inizio autunno. Una bella meta per chi vuole fuggire, e in modo abbastanza economico.

Emirati Arabi Uniti


All'opposto di prima,. per chi invece non cerca luoghi dove vivere in modo isolato e modesto, ma vuole una vita alla Vasco Rossi, spericolata, ma soprattutto sopra alle righe, chi ha disponibilità economica può decidere di venire a vivere nella “Montecarlo del 3000” e cioè a Dubai la meta più scintillante di tutti gli Emirati Arabi Uniti. Qua si può vivere il clima torrido del deserto, e contemporaneamente farsi una discesa con gli sci, per poi fare shopping nel centro commerciale più grande del Mondo. Avrete i tramonti con la Skyline più ardita e moderna del pianeta, i migliori ristoranti internazionali e degli hotel da mille e una favola. Per chi invece ama la velocità, perchè non fare un salto ad Abu Dhabi, e appagare la propria nostalgia d'Italia con una visita a Ferrari World, provando Formula Rossa il roller coaster più veloce del mondo?

Nepal
Per chi vuole fuggire dalla vita reale e vuole ritrovare una sua più tranquilla e ricca dimensione spirituale, allora la meta perfetta guarda verso le austere vette dell'Himalaya. Se invero è il Tibet il vero cuore buddista, la sua giurisdizione cinese non aiuta chi vuole starsene più tranquillo senza rischio di rimpatri forzati. Meglio allora il Nepal, con le sue profonde vallate, ben amate da chi è appassionato di Trekking. Il Nepal è sicuramente una meta spirituale, perfetta per chi vuole compiere anche un viaggio dentro se stesso. Ci sono numerosi templi buddisti, dove letteralmente sparire per lunghe meditazioni, durante le piogge monsoniche che, da luglio a novembre, si possono abbattere con un certa insistenza. In inverno e primavera il Nepal diventa il paradiso degli escursionisti, e trovarsi su questi percorsi ad alta quota, aiuta senz'altro ad elevarsi verso Dio.

Cambogia

Nazione oggi in ripresa dopo gli anni di terribile guerra civile, la Cambogia offre grandi opportunità di viaggio, con una natura esuberante, di tipo tropicale, che offre coste bagnate da acque calde e pulite, e fitte foreste all'interno, alcune che celano tesori d'arte come Angkor, nella celebre zona archeologica di Siam Reap. Il boom turistico che sta vivendo questa meta del sud-est asiatico consente a chi ha denaro da investire, di farlo con una certa probabilità di successo, anche grazie alle agevolazioni promosse dal governo cambogiano. E' quindi la meta giusta per chi fugge anche con delle velleità di far fruttare un po' della sua ricchezza.

Madagascar

Una terrà così particolare non può che affascinare coloro che amano una vita avventurosa! Se siete stanchi delle solite cose, degli stessi paesaggi che accomunano molte zone tropicali, allora venite a sorprendevi in Madagascar, dove nulla è uguale al resto del mondo. Piante, animali, paesaggi, tutta l'isola si è modificata grazie all'isolamento di milioni di anni, e anche chi fugge qua, confida nella sua naturale capacità di mantenere questa sua “distanza” dal resto del mondo. Ci sono alte montagne, ma anche coste bagnate da acque cristalline, dove è un piacere tuffarsi dentro, e paesaggi incredibilmente strani e spettacolari, costellati dai particolari baobab. In Madagascar si trovano zone di turismo di classe, come le isole del nord del calibro di Nosy Be, ma per chi prova a vivere in modo “normale”, il costo della vita base è davvero irrisorio.

Malesia

La terra di Sandokan può essere una meta ideale per chi cerca un paradiso tropicale, tutto sommato poco battuto dal tursimo, e dove si vive con poca spesa. Grande circa come l'Italia possiede meno della metà della popolazione italiana, e quindi offre ampi spazi su cui muoversi. La Malesia offre delle splendide mete di vacanza, come ad esempio l'isola di Penang con le sue spiagge, la storia del Perak, e la magia del Pahang che vanta mete eccezionali come Tioman e il famoso parco nazionale di Taman Negara, dove si trova la foresta pluviale più antica del mondo. Chi ama la modernità ha a disposizione una città cosmopolita come Kuala Lumpur, mentre per chi vuole proprio “sparire”nelle zone meno battute della Malesia, ci sono le provincie più remote sull'isola del Borneo: il Sarawak e il Sabah, dove le possibilità di essere ritrovati sono decisamente remote.

Namibia

Tutto il fascino che si può trovare in Africa fa parte intima del patrimonio naturale della Namibia, dove al fascino degli animali selvatici, da scoprire con safari e tour, si aggiunge quello del deserto. Uno dei numeri che più colpisce della Namibia è la sua bassissima densità demografica: con appena 2,5 abitanti per chilometro quadrato qui è più facile imbattersi in un serpente che in un altro uomo. Pertanto è una meta perfetta per chi vuole rilassarsi, stare al caldo, e senza troppo disturbo da parte delle piogge ed di umidità. Se a forza di peregrinare tra deserti come a Sossusvlei, e savane al confine con il Kalahari, vi venisse un po' di nostalgia del vecchio continente, niente paura. Potete fare un salto a Luderitz, una città costiera che sembra uscita da una vallata della Baviera, e vi farà riassaporare un qualcosa di familiare, di legato alla cara vecchia madre Europa. Ricordiamo che il 32% della popolazione namibiana parla ancora il tedesco.

Seychelles

Ecco un esempio di un paradiso giudiziario che può anche essere veramente lussuoso: è sicuramente il caso delle Isole Seychelles, che tra i loro primati hanno anche quello di essere la nazione più protetta del mondo, almeno dal punto di vista naturale! Ci sono almeno 115 isole degne di questo nome, alcune sono dei veri gioielli che galleggiano sulle acque limpide dell'Oceano Indiano. Mete come le isole di Mahè., Praslin,La Digue e Silohuette sono divenute sinonimi di mare di grande classe, con resort raffinati dove poter rilassarsi tra massaggi e trattamenti che si alternano a vere giornate in paradiso, trascorse sulle spiagge immacolate. Davvero il modo più spettacolare per fuggire dalla vita di tutti i giorni...
Siete pronti allora a fuggire in un qualche paradiso giudiziario? Se si, vi ricordiamo però che, ad ogni buon conto, le informazioni fornite nel presente articolo non hanno valore legale e sono da interpretare esclusivamente come indicazioni di massima. Per avere l'elenco aggiornato dei paesi con accordi di estradizione con l'Italia allora potete seguire questo link sul sito del Ministero della Giustizia!
Fonte: ilTurista (Blog)
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In Madagascar ho ritrovato la mia tranquillità, lontano dallo stress
quotidiano e con una natura che mi circonda. Questo è quanto afferma 
Francesco Di Chiara, che da pensionato in Italia viveva di stenti e sacrifici.

“Siamo in un posto bellissimo e viviamo a piedi nudi. Coraggiosi noi? No, il coraggio serve per restare in Italia ora”

Non esisteva ancora il telefono, le strade erano piste in mezzo alla natura.
Poche capanne, una banca e un ufficio postale.
Quando Massimiliano Felici arrivò a Sainte Marie nel 1993, l’isola era così.
Oggi vive a Ankazoberavina isola deserta situata nella zona nordoccidentale del Madagascar

Incontrando gli amici, al rientro dal mio primo viaggio in Madagascar,
alla domanda cosa ti sei portato dal Madagascar, ho risposto:
“la voglia di tornare”.

Una società violenta

Un’utente di Facebook, leggendo l’articolo sull’uccisione dei ladri di bestiame nel sud del Madagascar e soprattutto vedendo le foto dei loro corpi, ha commentato: “Non lo sapevo. I nostri giornali non ne parlano mai”. Al che, se avessi avuto tempo, le avrei risposto: “Questa è l’Africa. A vite violente fanno seguito morti violente”. Soltanto ieri sera, 25 luglio, la madre adottiva di Tina, madame Nohay, che qui vediamo in foto, mi ha consigliato di non andare in giro per Tulear con lo zainetto sulla schiena, nemmeno di giorno, perché qualcuno potrebbe aggredirmi armato di coltello, strappandomi di dosso lo zaino, che la mattina contiene la Nikon e il PC portatile, dato che vado al Cyber caffé del centro per connettermi a internet. Perché mi dice questo? Io sono suggestionabile! E’ difficile credere che succeda anche di giorno, ma è sicuro che se dovesse accadere nessuno dei passanti verrebbe in mio soccorso e anzi la scena susciterebbe il loro riso, proprio perché ad essere in difficoltà è un vazaha.


 A volte, da quando mi sono trasferito in un quartiere periferico di Tulear, Ambolanahomby, dove di bianchi se ne vedono raramente, mi sento come Forrest Gump: anch’io cerco di arrivare alla fine della giornata senza essermi fatto troppo male. Ovvero, per dirla in modo meno prosaico, cerco di passare il più possibile indenne attraverso le procelle quotidiane della vita.



I telegiornali non aiutano. La stessa sera hanno dato notizia dell’ennesimo assalto da parte dai malaso nei confronti di un taxi-brousse in transito notturno sulla RN7 e precisamente nel tratto tra Ambositra e Ambalavao. Non sono stati forniti dettagli sul numero dei passeggeri, sull’ammontare del bottino e nemmeno sull’azienda di trasporto colpita. Mi sembra però che a notizie come questa ormai i malgasci si siano assuefatti e penso che nessun vazaha dotato di buon senso viaggerebbe di notte. I locali lo fanno per i lunghi tragitti, costretti dalla scarsità di denaro in loro possesso, dato che fare tutta una tirata di 15 o 18 ore di viaggio costa meno che non passare una notte in albergo facendo tappa alla sera, come faccio io da anni. E vogliamo aggiungere che alla vicina di casa di Tina, il mese scorso, hanno rubato 14 anatre? Aggiungiamolo, aggiungiamolo! Tina la sera, con il calare delle tenebre, retaggio atavico, si barrica in casa a forza di serrature e lucchetti, perché la voce che lì ci vive un vazaha si sta spargendo nel quartiere. Vazaha uguale vola, denaro.

La violenza non è solo quella dei malaso di cui parlano i telegiornali, ma è palpabile anche nella vita di tutti i giorni. Basta camminare per strada come faccio io normalmente. L’insistenza dei conducenti di ciclo-poussynell’offrire i loro servigi non richiesti, il loro tono a volte di scherno e le risa che sento alle mie spalle, non sono un modo amichevole di trattare uno straniero. Ai nostri marocchini, noi non gli ridiamo dietro. E poi, vedendo le cose in un’ottica animalista, le bastonate sulla schiena degli zebù, per stimolarli a tirare il carretto, il pollame portato per le zampe come niente fosse, i cani randagi presi a sassate, testimoniano una violenza consolidata, rientrata nella norma di vita, e noi sappiamo da lunga data che la violenza sugli animali è propedeutica alla violenza sugli umani.
Ma loro non lo sanno!

Io e Tina eravamo a bordo di un ciclo-poussy, diretti in centro. Un camion in direzione opposta viene avanti indisturbato in mezzo alla strada. Un’auto che ci stava sorpassando, per evitarlo, sterza a destra davanti a noi, obbligando il ragazzo delciclo-poussy a sterzare repentinamente a sua volta. Il ragazzo risponde all’automobilista con male parole, essendo che ci aveva tagliato la strada, ma purtroppo ai tropici le macchine viaggiano con i finestrini abbassati e l’automobilista riceve il messaggio offensivo del ragazzo. Ferma la macchina. Il ragazzo prosegue per qualche metro. L’uomo al volante riparte e si ferma di nuovo. Il ragazzo allora si ferma, come desideroso di andare incontro a qualche punizione per le sue male parole. Sento aria di sota sota, litigio. L’uomo scende dalla macchina, fa il giro da dietro, con calma, rivolge qualche domanda a voce alta al ragazzo e in men che non si dica gli sferra un pugno sul mento facendolo cadere dal sellino del ciclo-poussy. Faccio in tempo a chiedere: “Fa maninona?” (perché?), senza avere risposta. Tina è già scesa. Io sono fermo al mio posto e vedo lo sguardo imbambolato del ragazzo, in piedi, immobile. Si forma una piccola ressa e l’uomo sbraitando si avvia a piedi verso il vicino commissariato, minacciando di denunciare il ragazzo. Le mie simpatie vanno a quest’ultimo ovviamente, perché era stato l’uomo che ci aveva tagliato la strada e se vedeva venire avanti un camion nella nostra corsia doveva frenare e non sorpassarci.
Tina mi obbliga a scendere e a salire su un altro ciclo-poussy che nel frattempo si era accostato a noi. Faccio solo in tempo a vedere che il ragazzo si inginocchia, chiedendo perdono, davanti al finestrino dell’auto, all’interno della quale nel frattempo l’energumeno aveva ripreso posto. Evidentemente, in quei concitati momenti aveva fatto i suoi ragionamenti sui possibili scenari che gli si prospettavano. Essere portato davanti a un giudice, magari finendo in prigione per non si sa quanto tempo e poi perdere la licenza di pousseur, mettendo in difficoltà economiche la sua famiglia. Così ha scelto di umiliarsi pubblicamente, inginocchiandosi davanti all’automobilista prepotente. Non so come le cose siano andate a finire. Se l’automobilista ha concesso quel perdono che non si meritava e che nessun codice stradale gli avrebbe riconosciuto come legittimo. Però, allontanandoci a bordo del sopraggiunto ciclo-poussy, ho detto a Tina che avremmo cercato il ragazzo per pagargli il prezzo della corsa, anche se non ci aveva portato a destinazione.
Chiesto a Tina cosa il ragazzo avesse detto all’uomo, per scatenare una simile reazione, mi ha risposto che gli aveva detto di scoparsi sua madre. E questo mi ha fatto venire in mente quella famosa reazione da parte di un calciatore francese di origini nordafricane, durante una partita di calcio, nei confronti del nostro Materazzi, cioè quel colpo di testa al plesso solare di quest’ultimo che lo ha fatto cadere all’indietro e che è stato trasmesso dalle televisioni di tutto il mondo. Anche Materazzi aveva fatto pesanti riferimenti alla madre del calciatore francese.

Africani e soprattutto arabi trattano da schifo le loro donne, madri comprese, ma se qualcuno manca di rispetto a queste ultime, vanno fuori di testa, come ha fatto l’automobilista di Tulear lo scorso 24 luglio. Anche nella mentalità italiana la mamma non si tocca, ma non mi vengono in mente aneddoti in cui qualche italiano è andato al di là della violenza verbale dopo che qualcuno aveva mancato di rispetto a sua madre. Fatto sta che il pugno sferrato per strada da un uomo adulto a un ragazzo forse neanche ventenne, non è stato educativo per gli astanti, specie per i bambini che in Madagascar sono ovunque. Anzi, è stata l’ennesima conferma subliminale che nella società umana vige la legge del più forte, anche quando il più forte, secondo il codice della strada, ha torto marcio.

Il giorno dopo Tina ha chiesto ai colleghi del ragazzo, che stazionavano nel pressi dove noi eravamo saliti, se lo conoscessero, ma nessuno di coloro a cui ci siamo rivolti ha detto di sapere chi fosse. Ogni ciclo-poussy ha il suo numero di targa dipinto nella parte posteriore, ma io sono venuto a saperlo dopo. Spero, nei prossimi giorni, d'incontrare di nuovo quello sfortunato giovane, per sapere come è finita la sua disavventura.
E infatti, è stato solo il 26 luglio, venuto a sapere dai suoi colleghi che un vazaha e sua moglie malgascia lo stavano cercando, che il ragazzo si è presentato a casa nostra. Si è seduto sotto i banani vicino alla doccia e ci ha raccontato l’intera storia. Lui si chiama Soatoly, ha 18 anni e fa lo studente. Conduce i ciclo-poussy solo durante le vacanze, per guadagnare qualche soldo. L’energumeno, che di professione fa la guardia carceraria e quindi rientra nel novero dei predatori psicopatici per mestiere, è effettivamente andato a chiamare due poliziotti del vicino commissariato, chiedendo loro di picchiare il ragazzo, ma i suoi due colleghi hanno deciso che non era il caso di punirlo fino a questo punto. Così, chiamato per telefono, si è presentato lo zio di Soatoly e i poliziotti lo hanno obbligato a pagare una sanzione di 20.000 ariary (sei euro) al loro prepotente collega penitenziario.
Soatoly ci ha raccontato questo sorseggiando la birra che gli ho offerto e mangiando una banana. Alla fine se n’è andato con il sorriso sulle labbra e i 1000 ariary della corsa che avevamo concordato prima del fattaccio. Forse sono riuscito a raddrizzare parzialmente un torto che era stato fatto.
Pubblicato da Freeanimals 
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I risultati ufficiali dell’ “Operazione Tandroka” sono, secondo il governo,
lusinghieri: in meno di un mese, nella regione di Anosy, sono stati uccisi 40
ladri di bestiame e ne sono stati arrestati 76.

una famiglia è tanto più ricca e potente quanti più zebù possiede
e in molte tribù si stipulano ancora i matrimoni barattando la donna con l’animale

 L’illusione per questi uomini non è solo quella di risentirsi giovani e cool,
ma anche quella di sentirsi ricchi.

Il crescente numero di lavoratrici del sesso a Toamasina,
tuttavia, non è solo un fenomeno dovuto alla miniera e agli
investimenti, ma è parte di una... tendenza a livello nazionale,
causata dall'aumento della povertà

per aiutare donne e bambini vittime di violenza in Madagascar.

Quando il Madagascar era “human-free”

Lemuri gorilla, uccelli elefanti, ippopotami nani e pipistrelli giganti
Più o meno 3.700 anni fa, un branco di ippopotami nani stava abbeverandosi nel fiume Betsiboka nel nord del Madagascar, quando venne travolto dalla corrente e risucchiato nella profonda grotta sotterranea di Anjohibe. Il branco di ippopotami terrorizzati travolse stalattiti e stalagmiti ed anche i  pipistrelli giganti che vivevano all’interno della grotta, ma non riuscirono mai a ritrovare la via di uscita. Solo migliaia di anni dopo le loro ossa furono ritrovate sul suolo della caverna e nel frattempo gli ippopotami nani si erano estinti in tutto il Madagascar.

Si tratta di una delle tante scene ricreate dall’artista Velizar Simeonovski,  dallo scienziato del Field Museum Steve Goodman e dal professore  Bill Jungers della SUNY Stony Brook  e dal professor Bill Jungers nella nuova mostra “Extinct Madagascar: Picturing the Island’s Past” e nel libro che la accompagna Goodman, che vive per la maggior parte dell’anno in Madagascar, e Jungers, un anatomista, hanno raccolto non solo le ossa degli ippopotami nani ma anche di altre specie estinte che invece erano gigantesche, come l’uccello elefante alto 3 metri, o il lemure  gigante grande quanto un gorilla.  Poi Simeonovski, che ha studiato anatomia, ha esaminato i reperti ossei ed ha determinata come e dove si collegassero i muscoli di questi non antichissimi animali, quindi ha immaginato quale potesse essere la loro pelliccia o il loro piumaggio basandosi su quelli dei parenti viventi delle specie estinte.  Quindi gli scienziati e l’artista hanno ricreato le scene della  vita nel Madagascar di migliaia di anni fa, basandosi sulla posizione delle ossa e dei fossili raccolti sul campo.

Un procedimento scientifico e artistico che ha portato i ricercatori a risolvere alcuni vecchi enigmi, in particolare quello dell’aspetto del mitico lemure gigante.
«Siamo rimasti affascinati dalla capacità di Velizar» dice Goodman e Jungers. Spiega: «Il cranio [del lemure gigante] era stato paragonato a quello di una mucca o di un  koala.  La ricostruzione di Velizar è stata la testa più convincente e coinvolgente che abbia mai visto».
«Prima pensavamo che fosse come un elefante – dice Goodman – Ora pensiamo che avesse un naso piccolo, come un maiale» e Jungers aggiunge: «Ci vuole molta  abilità per immaginare come si muoveva e cosa mangiava e per mettere insieme la scienza e l’arte in questo modo per la prima volta».
Le ricostruzioni di Simeonovski si basano in particolare sui resti di un lemure precipitato anche lui nella  grotta Anjohibe, un ambiente inquietante anche per i ricercatori che hanno setacciato l’antro per trovare gli scheletri degli animali estinti.
Altri animali scoperti dalla spedizione “Rediscovered Madagascar” sono stati trovati sovrapposti agli insediamenti umani dell’isola, come quelli dell’uccello elefante, che depositava uova circa 70 volte più grandi di quelle di una gallina e con un guscio così spesso che i primi uomini approdati in Madagascar li utilizzavano  per trasportare l’acqua e anche il rum che così secondo Jungers, «Doveva dargli un gusto  davvero speciale». Goodman  dice che in un sito la densità di gusci di uccello elefante assomigliava a quella delle ceramiche rotte che si trovano in alcuni scavi dell’antica Roma.
La sorpresa più grossa è venuta però dall’analisi del Dna delle uova: il più vicino parente vivente degli uccelli elefante del Madagascar è il piccolo Kiwi che vive dall’altra parte del mondo, in Nuova Zelanda. I ricercatori sottolineano che: «L’evoluzione funziona davvero in modo strano. Il lemure Sifaka  emette lo stesso tipo di  rumore dell’allarme che faceva il lemure gigante», un suono che può essere ascoltato alla mostra e che sembra il rumore di un sorter su una fotocopiatrice.
Il Madagascar di oggi è  molto diverso da come era anche solo 500 anni fa, un battito di ciglia nella storia evolutiva del nostro pianeta, solo un millesimo di secondo se si riducesse ad una giornata la storia del nostro pianeta.  Allora questa isola era coperta da fitte foreste e i lemuri giganti abbandonavano raramente i grandi alberi, visto che praticamente non erano in grado di camminare sul terreno o addirittura di stare in piedi: le loro dita delle mani e dei piedi si erano evolute per essere più lunghe e più curve, il  che ha permesso loro di avere una migliore presa sui rami degli alberi.
Oggi, se i lemuri giganti fossero sopravvissuti alla strage dei cacciatori arrivati dall’Africa, il  Madagascar non sarebbe più adatto a loro, l’uomo lo ha trasformato in risaie e prati e della foresta originaria che ricopriva l’intera isola ne resta  solo il 9%.
Parte della trasformazione e dell’estinzione degli animali del Madagascar è iniziata prima che l’uomo approdasse sull’isola, ma molti cambiamenti, compresi quelli climatici, sono colpa delle attività antropiche che continuano a degradare anche oggi la incredibile ed unica biodiversità di quest’isola, che era rimasta l’ultimo grande angolo della terra human-free. Ma il Madagascar è un Paese estremamente povero e il suo fragilissimo governo non è stato in grado di intervenire per fermare il saccheggio delle foreste, che ha portato sull’orlo dell’estinzione numerose specie e che probabilmente ne ha fatto scomparire molte altre delle quali non sappiamo niente.
Come dice Goodma, «Oltre che un problema per la biodiversità è anche un problema socio-economico».
Jungers conclude: «Il processo di estinzione è ancora in corso. Non so che tipo di libro saremo in grado di scrivere tra un  paio di decenni
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Grazie all’isolamento geografico, il paese è un paradiso di biodiversità.

Ma la pressione demografica e l’instabilità politica accelerano il saccheggio

delle sue preziose risorse.

L'incanto delle bellezze naturali e l'eccezionale biodiversità sono i maggiori
tratti distintivi di una terra definita "l'ottavo continente"

Pianure che non finiscono mai, montagne dissolte,
patrimonio residuo di milioni di anni

Ho visto un bianco volare

Scritto da Carlo Grassi
Foto Credits Martina Agnese Pagani
E venne quel giorno che Fahali mise i miei abiti, ma non erano solo i miei abiti, era me: il mio essere. Se lo mise addosso. Gli occhi, il passato, le smorfie persino, erano di Fahali, ma lui era me. Io… Io però non ero lui, ero solo un timido spettatore di fronte a quel prodigio umano: come si sentiva? quale era stato il primo pensiero? si riconosceva? Mi riconosceva? Comprendeva cosa era successo?
Si girò verso di me ma non mi vide, io non ero lì. Già infatti, spettatore del suo film, solo io potevo vederlo e quegli occhi… Lui non aveva mai chiesto di essere me.
Gridai a quel punto, in un attimo fui invaso dal senso di colpa, lui non doveva essere me, era ancora Fahali, non doveva aver paura, dovevo dirglielo, ma non mi sentiva. Io non c’ero, era così ovvio, non c’ero più.
Io non ho messo gli abiti di Fahali però, perchè? Le mie scarpe. Le porto ancora.
Scusami Fahali, togli quei vestiti, non devi essere vestito da me, vedi… Io non sono vestito da te! Non mi sente, già, io sono andato via.

Sono tornato in un posto che per lui non esiste o esiste solo come esiste la neve e lui è rimasto. E forse la neve gli è sempre sembrata bella, ma tutto ciò che è misterioso lo è. Partiamo noi attratti dal mistero, dall’altro, da ciò che è diverso. Vogliamo che smetta di essere estraneo, per questo lo cerchiamo. Ma non è materia inerme quella che ci accoglie: ci percepisce, anzi, esposta e indifesa. Noi ci mostriamo come vogliamo, ci prepariamo per quel palesarci e così creiamo un’immagine, in un mese, che si pianta e poi cresce autonoma. Ho sentito dei “Fahali” dire che i Vasà (bianco) volavano.

Quel Fahali, ha voluto vestirsi da me e chi sono io? Come posso meritare che qualcuno si vesta da me?
…Ma poi forse la polvere inghiottirà tutto, bucherà i vestiti, li logorerà a tal punto che Fahali si ritroverà ancora nudo, ancora Fahali. A quel punto cosa avrà significato tutto questo?
Il viaggio è predisposizione all’esperienza, alla vita, ma non riguarda solo noi. Non questo viaggio, non questa esperienza. Di questo viaggio fanno esperienza Fahali e gli altri duecento di Ivoamba, fanno esperienza i nostri compagni di viaggio perchè senza di noi sarebbe stato comunque diverso, fanno esperienza i nostri genitori, che attendono, in quel miscuglio di emozioni per quel figlio così lontano da casa.
Ed io, che ero partito quasi solo per stare con lei, ora mi toccherà tornare, per dire a Fahali che non sono come la neve, ma che esisto anche in Madagascar, che mi ha fatto molto piacere averlo incontrato e che sta benissimo vestito da me, ma sta molto meglio vestito da Fahali.
State sempre sul pezzo, Carlo.
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